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Turista a Venezia

Parte I inviata da Mick e caricata in data 13/Febbraio/2003 21:59:16


Era una splendida giornata di agosto:nessuna nuvola in cielo, nel cielo limpidissimo splendeva un soleaccecante. Giornata ideale per essere a Venezia. Piazza San Marco,le calli, i ponti e i canali erano gremiti di turisti. Fantastico!La pensavano così anche Erika ed Helga, due turiste tedeschearrivate da Monaco per trascorrere le vacanze in un campeggio aJesolo. Erano quasi le tre del pomeriggio e le due ragazze sistavano riposando un attimo all'ombra del porticato sotto ilmuseo Correr. Dopo le intense passeggiate della mattina,effettivamente cominciavano ad essere stanche. In particolareErika si sentiva un po' giù di corda, probabilmente aveva presoun leggero colpo di sole, da alcuni minuti la testa continuava agirarle. O forse aveva mangiato qualcosa di strano, che le avevafatto male; certo era davvero un peccato essere messi così koquando restavano loro ancora parecchie cose da vedere. "Senti,tu vai pure se vuoi, magari ci rivediamo stasera " disse adHelga, "questo dannato mal di testa proprio non ne vuolesapere di andar via". "Ma no, figurati, ma staischerzando? Vedrai che tra dieci minuti sei di nuovo a posto",rispose premurosamente Helga, pur vedendo che l'amica aveva unacera sempre più brutta. Probabilmente non sarebbe nemmenoriuscita ad alzarsi in piedi, sembrava che le sue condizionistessero peggiorando visibilmente. "Forse è meglio che"iniziò Erika voltandosi verso l'amica, ma non finì la fraseperché notò che Helga, oltre che spaventatissima era anchediventata indiscutibilmente piccola e si era messa addirittura astrillare come un'indemoniata. Sì, era effettivamente diventatapiù piccola, almeno 20 o 30 centimetri più bassa di lei e orache ci faceva caso anche le altre persone sedute al suo fianconon erano poi così alte. Che diavolo stava succedendo? Si guardòattorno, già tra la piccola folla che aveva davanti qualcuno sistava accorgendo dei problemi che le stavano accadendo e si stavatirando da parte per lasciare spazio alle sue gambe checominciavano ad allungarsi in maniera ben visibile.

Helga si alzò e corse via dall'amicaquasi in preda ad un attacco isterico; anche Erika si alzò, masolo per cercare di capire che cosa le stava succedendo. Stavasovrastando tutti i turisti lì davanti, doveva essere alta circacinque metri o forse sei bo il fatto era che non aveva ancorafinito di crescere. Ora poteva guardare agevolmente dentro lefinestre della galleria che aveva alle spalle e stava crescendoancora. La testa aveva smesso di girare, la situazione ora stavadiventando interessante. Ora erano davvero in poche le persone inpiazza che non si erano ancora accorte di quella ragazza biondaalta 10 metri che era sbucata chissà da dove. Si levavano gridadi stupore, esclamazioni entusiastiche, non era davvero nientemale quella straordinaria turista, e al tempo stesso preoccupate,che intenzioni poteva avere una visitatrice del genere? Erikaguardò a terra per vedere se era in grado di rintracciare Helga.Non la trovò, ma in compenso vide centinaia di occhi fissi su dilei; sorrise, godere di tutta quell'attenzione di certo non lapoteva disturbare. Ora era alta circa 25 metri; il processo nonsi era ancora arrestato e ciò non le dispiaceva per niente. Frala folla in piazza San Marco l'entusiasmo stava lasciando ilposto alla più viva preoccupazione. Chi si trovava vicino a leicominciò ad indietreggiare cautamente, spinto anche dal fattoche la pavimentazione della piazza stava iniziando a cedere sottoi suoi piedi. Non sapeva perché, ma era una fantastica sorpresa!Erika non riusciva a credere a ciò che le stava succedendo,davvero le sue vacanze stavano prendendo una piega tantoinaspettata quanto gradita. Stava superando i cinquanta metri,poteva ammirare dall'alto una vasta area dei tetti di Venezia edi conseguenza dalle piazze e dai canali vicini la gente potevacominciare a vederla torreggiare poco distante dal Campanile.

Un nuovo grido stava serpeggiando, indiverse lingue, tra i turisti in piazza San Marco: "Si èfermata, si è fermata, non sta crescendo più". Di fronteavevano una splendida e colossale ragazza, alta poco più di 90metri. Portava solamente una canottiera nera, un paio dipantaloncini blu cortissimi e dei sandali sportivi di gomma neri;l'ideale per esaltare il suo fisico atletico e formoso. In quelmomento stava guardando la folla davanti (sotto) a sé con lemani sui fianchi e i lunghi capelli biondi appena mossi dal vento.Le vertigini l'avevano appena abbandonate all'inizio della suarepentina e inspiegabile trasformazione, che ecco, adesso lestavano ritornando a causa della nuova prospettiva sotto cuistava guardando la città. Ma era sufficiente guardare verso ilbasso per vedere i suoi piedi ben piantati per terra, anzisprofondati qualche decina di centimetri nella pavimentazionedisastrata, e per ristabilire così le proporzioni tra lei e ilmondo esterno. Solo il Campanile in quel momento era più alto dilei, per il resto poteva superare tutto quanto in altezza; avevadi fronte una moltitudine di uomini alti non più di trecentimetri e mezzo, davvero una buffa situazione per loro. I suoipolpacci sfioravano il museo Correr, e questo stava cominciando adarle fastidio. Decise quindi di spostarsi un po' in avanti,grazie anche al fatto che la gente si era allontanata almenoquindici metri dalle sue estremità. Mosse quindi il primo passo.Il suo gigantesco piede sinistro piombò a qualche metro daiprimi suoi estasiati ammiratori, sfondando con facilità lavetusta pavimentazione e producendo un'onda sismica che scossetutti quanti erano nella piazza. Il panico si stava diffondendo:era bastato questo semplice gesto da parte di Erika percomunicare loro quanto grande e potente fosse diventata; in breveiniziarono a levarsi grida di terrore e la gente iniziò aspingere per fuggire il più presto possibile da quel colosso,mentre tutti i colombi, anche a grande distanza, si levavano involo.

La gigantessa percepì con soddisfazionel'impressione che aveva provocato tra la folla e si preparò amuovere anche il piede destro. Era veramente strabiliante vederetutte quelle formichine correre via da lei; non poté trattenersidallo scoppiare in una sonora risata. Era così distratta che perpoco non schiacciò un ragazzo che stava disperatamente cercandodi sfuggire al mostruoso sandalo che stava calando su di lui.Miracolosamente riuscì ad evitarlo, ma a causa del violentoimpatto e della deformazione della pavimentazione, il poverino fusbalzato in aria e andò a cadere giusto sopra le dita del piededestro di Erika. La gigantessa fu sorpresa da un simile approccioda parte del minuscolo ragazzo; gli sorrise: "PER VOIITALIANI OGNI SCUSA È BUONA PER PROVARCI EH, COSA, TE NE VAI DIGIÀ? HA HA HA". Il vermiciattolo ovviamente non avevacapito nulla dalla sua voce tonante, si era rialzato e stavacorrendo via a gambe levate. Oramai tutti stavano tentando difuggire da lei, una grande ressa si stava formando agli angolidella piazza: ad Erika erano bastati due soli passi per provocaretutto quel finimondo; la sua ombra si stagliava netta occupandobuona parte dell'area che aveva di fronte. Provò ad immaginarecome doveva sembrare ad un qualunque turista che la stesseguardando lì in fondo il suo corpo enorme e muscoloso stagliarsinetto contro il cielo azzurro.

Doveva essere davvero terrificante,poteva ben comprendere perché tutti fuggissero da lei. La piazzasi svuotava sempre più, dando modo alla gigantessa di muoversicon più libertà. Si avvicinò al caffè lasciato deserto datutti gli avventori: un bellissimo pianoforte luccicava in mezzoai tavolini e alle sedie rovesciate. Si chiese che suono avrebbefatto sotto il suo piede. KKKRRUNCHH Erika riuscì solamente apercepire un debole scricchiolio tra i rumori dei tavolimetallici e dei lastroni di pietra che cedevano sotto il suo peso.Quindi si avvicinò al Campanile, dove erano rimaste ancora moltepersone: l'addetto all'ascensore le aveva abbandonate poco dopola sua comparsa sulla scena. Doveva davvero essere una situazioneterrificante, pensò Erika avvicinando il volto alle finestredella cella campanaria gremita di piccoli turisti, le vibrazioniche già scuotevano chi era a terra dovevano essere ancora piùviolente lì in cima Con un ampio sorriso protese in avanti lesue colossali tette, minacciando di sferrare un colpo allacostruzione che sicuramente avrebbe rischiato di farla rovinare aterra. Ma Erika si limitò a sfiorare il Campanile, di certo nonvoleva rendersi protagonista di un simile atto di vandalismo.

Sempre tenendo lo sguardo fisso suivisitatori lassù, la gigantessa girò attorno alla torre, apassi molto piccoli e, quanto più possibile, leggeri; non volevainfatti danneggiare la vecchia Basilica alcune decine di metri piùin basso dei suoi occhi. Ebbe un soprassalto quando sentì uncrashh sotto un sandalo, temeva di aver inavvertitamentecalpestato qualcuno no, dall'esame dei resti sembrava unabancarella di grano per i colombi. Si diresse verso la Riva;alcune decine di persone rimanevano a contemplarla, ma ben prestodovettero lasciarle la scena completamente libera. Facendoattenzione a non rovesciare le Colonne, Erika raggiunse il molo lìdi fronte, si sfilò i sandali e, liberando con un paio di manatel'acqua davanti a sé dalle gondole e dai pali conficcati sulfondo, si sedette con i piedi a mollo. Adorava Venezia Nientepoteva descrivere la sensazione di pace e di benessere che stavaprovando in quel momento Erika. Seduta lì sulla Riva degliShiavoni, accanto al Palazzo Ducale. Le sembrava quasi un sogno.La sensazione di caldo opprimente che prima l'attanagliava erasvanita e anzi in quel momento si era alzata una leggera brezza.Attorno a lei c'era completo silenzio, la grande massa si eraallontanata, una motonave proveniente dal Lido aveva rinunciatoad attraccare e rimaneva lì incerta, a cinquecento metri dallabanchina. Solo pochi temerari erano rimasti lì vicino, accantoad un ponte o tra gli archi dei palazzi a contemplare il suostupendo e gigantesco corpo e di questo non poteva noncompiacersene. Un uomo addirittura si spinse a toccare la suamano appoggiata sul molo, forse perché ancora non credeva aquello che gli stavano descrivendo i propri occhi, forse perstabilire un contatto con quell'essere quasi soprannaturale.Erika guardò in giù e gli sorrise: "CIAO, COME TI CHIAMI?".L'uomo non capì e, nel dubbio, pensò di allontanarsi. Ma nonera spaventato, voleva solo lasciarla in pace. La mente dellagigantessa si affollò di nuovi pensieri, dov'era Helga, che cosaavrebbe dovuto fare, come avrebbe fatto a tornare a casa Ma nonera il caso di preoccuparsi di simili cose, ora, quella era unasituazione troppo magica per essere sprecata.

Chiuse gli occhi, per assaporare ancorameglio tutta la serenità di quel momento. Ma non durò a lungo.L'armonia di quel pomeriggio nella Laguna fu infatti rotta da uninsistente e fastidioso gracchiare. Cosa diavolo poteva essere?Erika riaprì gli occhi e vide davanti a sé due piccoleimbarcazioni, probabilmente di poliziotti o qualcosa di simileche le stavano gridando qualcosa attraverso un megafono.Ovviamente non capiva un accidente di quello che stavano dicendo.Aspettò pazientemente che la seccatura terminasse, ma quelli nonsembravano avere alcuna intenzione di mollare l'osso. Decisequindi di tentare lei di stabilire una comunicazione, in modogentile, ma perentorio, la gigantessa chiese ai pubbliciufficiali di non disturbare le sue vacanze. Nessun risultato.Provò ad alzare il tono della voce, a parlare in modo piùtagliente, a digrignare perfino i denti, ma i suoi interlocutorinon capivano un'acca di tedesco e rimanevano immobili e indecisisul da farsi. Ormai sull'orlo dell'esasperazione Erika tentò l'ultimacarta: se non capivano la sua lingua, perlomeno avrebbero capitoil linguaggio del corpo. Con il massimo impegno possibile, laragazzona tedesca provò a mimare loro quanto sarebbe statofacile per lei chinarsi, raccogliere quelle ridicole barchette efarle a pezzi con le sue vigorose manone.

Un momento di silenzio forse avevanocapito. Fu con uno sconforto grande quasi quanto lei che videarrivare un'altra barca a dare man forte ai compagni; tuttiinsieme avevano ripreso a gracchiare con il megafono. Con unasorta di ruggito, Erika balzò in piedi e cominciò adavvicinarsi ai suoi minuscoli seccatori, ma molto lentamente inmodo da dar loro l'ultima possibilità di fuggire. I carabinieria bordo delle imbarcazioni si trovavano decisamente impreparatidi fronte ad una situazione del genere. Come risolvere quelproblema che da un'ora si era materializzato nel cuore dellasplendida città lagunare? Era evidente a tutti che la presenzadi quella gigantesca ragazza metteva in serio pericolo le vite dimigliaia di cittadini e turisti, nonché un patrimonio artisticoincommensurabile. Niente panico, si era detto, dopo i primimomenti di sbigottimento. Cerchiamo di stabilire un contatto conlei e di guidarla lentamente ed in modo controllato fuori dallacittà. Si ma dove l'avrebbero portata? L'unica soluzioneplausibile, per quel momento era quella di portarla fuori, inmare aperto, tanto l'acqua era più bassa di lei. Poi si sarebbedeciso il da farsi. Sulle prime gli agenti erano moderatamenteottimisti: la visitatrice non sembrava aggressiva, anzi, tutt'altro,stava lì seduta buona buona. D'accordo, aveva già fattocentinaia di milioni di danni, ma si trattava solo dellapavimentazione della piazza, niente di irrecuperabile.

Dopo i primi minuti di tentato dialogo,lo scoraggiamento stava cominciando a pervadere le forze dell'ordine:lei non capiva loro e loro non capivano lei, e per giunta daltono della sua voce c'era poco da stare allegri. Che fare?Istruzioni dal comando mantenere le posizioni, non possiamopermetterci di lasciarla libera di andare dove vuole, la massa dituristi sta cominciando a premere sulla stazione e su PiazzaleRoma, la situazione deve essere controllata per almeno altre treore. Sarà, ma ora la gigantesca turista non aveva per niente unatteggiamento amichevole. Era arrivata un'altra imbarcazione asostegno delle due iniziali, ma ciò che non andava era ilprogressivo affollamento di barche private, per il momento adebita distanza, che si stava formando al largo. Ma non c'eratempo di badare a quello: la situazione stava precipitando: lagigantessa si era alzata e si stava avvicinando a loro. Non c'eratempo per chiedere consiglio alla base, gli uomini facevanofatica a rimanere in piedi sulle barche che cominciavano adoscillare sensibilmente. Era su di loro, il suo immenso corpo,deformato da quell'incredibile prospettiva li stava sovrastando,la sua espressione, per quello che potevano capire era alquantoaccigliata. Si stava mettendo piuttosto male. Qualcuno di loroaveva la pistola puntata verso di lei, ma la loro mano tremava atal punto che sarebbero riusciti persino a mancare un bersagliocosì grande. La mostruosa ragazza si chinò giù verso le barche,immerse la mano destra nell'acqua e catturò, prendendola dasotto, la più piccola di esse. I tre componenti dell'equipaggiosi sentirono schiacciare verso il pavimento da un'incredibileaccelerazione: la ragazza li stava sollevando senza troppepremure per loro e ora se li era portati davanti al volto. Per unsolo istante sul suo volto si lesse un leggero sorriso, ma questonon impedì agli uomini della barca di capire che eraincazzatissima.

Dalla sua bocca provennero altre oscure etonanti parole che assomigliavano decisamente ad una condannadefinitiva. Infatti le lunghe dita che cingevano lo scafoiniziarono a premere sempre di più e la struttura, non potevafare altro, stava cedendo alla pressione. Ora sulla faccia dellagigantessa si vedeva stampato un ghigno ironico e feroce: per leidoveva essere uno spasso tremendo vedere il terrore di quei tremicrobi che cercavano di resistere mentre lei con la massimafacilità stava fracassando la loro barca. Questa era oramairidotta ad un fascio informe di legno e metallo, per cui lacolossale ragazza decise che il giocattolo aveva terminato la suautilità e lasciò cadere il tutto, chiedendosi se i tresarebbero sopravvissuti ad un tuffo di circa 70 metri. Era statofin troppo facile per Erika dimostrare a quei nanerottoli checosa poteva fare e chi comandava in quel momento. Ed era statoanche terribilmente divertente, tanto che il senso di fastidio leera quasi scomparso. Rimanevano quelle due barchette laggiù cheattendevano ancora il loro destino. Da esse si erano levatiaddirittura degli spari, ma senza troppa convinzione. Senza tantecerimonie, il suo piede destro si sollevò dall'acqua e si portòsopra una delle due barche coprendola interamente, per poicalarle sopra e inabissarla. Ben presto il natante spinto giù daun'irresistibile bagnante toccò il fondo della bassa laguna,sfracellandosi sotto il peso della gigantessa, che non poté farea meno di sorridere alla vista delle bolle d'aria che risalivanoin superficie e di un carabiniere che, miracolosamente scampatoal rapido naufragio, stava nuotando affannosamente verso l'isoladi San Giorgio. Era rimasta una sola imbarcazione.

L'equipaggio, vista la rapida fine delledue precedenti, era ovviamente terrorizzato. Erika volevaumiliarli fino in fondo, come avevano osato sfidarla cosìimpudentemente? La barca era un semplice giocattolino inconfronto a lei, più volte, con le dita dei piedi appoggiate sulbordo, aveva minacciato di rovesciarla, fermandosi sempre all'ultimomomento per prolungare il divertimento. Gli uomini si buttaronoin acqua, al seguito dell'altro compagno che era giunto oramai ametà del suo tragitto. Senza gli omini a bordo, però non era lastessa cosa. La gigantessa si chinò a raccogliere la barchetta ela scagliò via con tutta la sua forza verso la Giudecca, ma nonriuscì a capire se questa atterrò sull'isola, oppure se lascavalcò completamente. Poco importava. Erika tornò a misurareil campo di battaglia: ad alcune centinaia di metri si eranoraccolte numerose barche e motoscafi per assistere all'inconsuetospettacolo della giornata. Non c'era proprio verso che lalasciassero sola quel pomeriggio. Notò però che alla suasinistra si era avvicinato un piccolo motoscafo e aguzzando lavista scorse tre persone a bordo. Chi poteva essere cosìtemerario da avvicinarlesi ad un paio di passi di distanza? Sitrattava di un comune taxi di Venezia che in quel momento eraoccupato da due anziani coniugi americani, oltre che dall'autista,ovviamente. Alla vista di un simile prodigio della natura, l'uomoaveva chiesto di essere portato lì vicino per vedere lospettacolo in prima fila. Sembrava non aver capito che quella nonera un'attrazione per turisti, ma un problema decisamente grossoper la città. Il taxista ovviamente si era rifiutato di esaudireil suo desiderio, anche perché non sembrava che le forze dell'ordinesi trovassero a loro agio con la gigantessa. Ma il migliaio didollari in contanti che gli fu sbattuto in faccia lo indussero arivedere i suoi piani e lentamente si portò ad un centinaio dimetri dal colosso.

Quando si sentì addosso lo sguardosorpreso ed incuriosito della ragazza si sentì gelare il sanguenelle vene. Erika rivolse ai suoi piccoli ammiratori un largosorriso, dunque c'era ancora gente disposta a divertirsi con lei.Molto lentamente si avvicinò al guscio di noce che aveva lìvicino, notò che il guidatore stava cercando di manovrare e diallontanarsi. "STOP" fu l'unico suono che emise labocca della gigantesca ragazza e che fu ovviamente recepito datutti nel raggio di diversi chilometri. Il comando non ammettevatrasgressioni. Ora anche i passeggeri stavano iniziando a capireche il mostro che li stava sovrastando non era al servizio delleloro vacanze. Erika si era portata direttamente sopra di loro,doveva chinarsi in avanti per vedere la barchetta lì in mezzoalle sue gambe che sembrava nettamente un giocattolo, se nonfosse stato per i tre omiciattoli che si muovevano in modo cosìbuffo ed irreale. Le venne in mente il gioco con cui avrebbepotuto coinvolgerli. Sollevò il piede destro fuori dall'acqua elo calò nuovamente giù, producendo un'onda piccola ma solo dalsuo punto di vista. La barca infatti aveva cominciato adoscillare vistosamente. Ripeté il movimento con il piedesinistro e poi di nuovo col destro e così via. Le onde che stavaproducendo erano sempre più vistose e andavano a scontrarsi tradi loro, scuotendo con sempre maggiore veemenza il minuscolo taxi,tanto che le persone a bordo avevano dovuto gettarsi a terra eaggrapparsi saldamente a qualcosa, per non venire sbalzati fuori.Erika si era messa a ridere fragorosamente, le sembrava di esserediventata una sorta di dea del mare, poteva tenere in pugno levite di quei miseri uomini e magari determinarne il naufragio. Giàla barca era sul punto di rovesciarsi, l'altezza delle onde avevagià superato il metro. Urlando forte per il coinvolgimento chequel divertimento le provocava, la smisurata turista tedescaintensificò il ritmo e l'intensità dei suoi colpi nell'acqua.

Bastò veramente poco per rovesciare ilpiccolo motoscafo che rimase infine con la chiglia all'insù,mentre tre minuscoli nuotatori comparivano faticosamente da sottoper tentare di dirigersi verso riva, sotto lo sguardo ironico diuna ragazza alta 90 metri più di loro. Erika tornò a rialzarelo sguardo verso la laguna. Erano più di cento le barche cheerano giunte lì davanti, attirate dall'insolito clamore. Tantepiccole barchette bianche, o anche di altri colori, una a fiancodell'altra a poche centinaia di metri da lei. E forse credevanodi essere ad una distanza di sicurezza dalla gigantessa Laragazza era intenzionata a verificarlo, convinta del fatto che iproprietari, imbambolati di fronte a lei, non si erano nemmenoposti il problema di considerare la necessità di una fugaprecipitosa in caso di pericolo. Erika cominciò a muovere alcunirapidi e lunghi passi nell'acqua verso di loro, in pochissimisecondi li avrebbe raggiunti. Il panico si scatenò tra ibarcaioli che si gettarono sui comandi tentando di manovrare viadalla gigantessa che li stava puntando senza mezze misure, senzatuttavia accorgersi che questa si era fermata di fronte alleprime imbarcazioni e li stava guardando con il massimo disprezzo.Rimase lì a contemplare lo spettacolo di decine di barche chetentavano di districarsi le une tra le altre scosse dalle ondateche lei stessa aveva sollevato.

Molte si scontrarono, talvolta ancherovinosamente, ma alla fine tutte riuscirono a prendere il largo,seppure con grande difficoltà e spavento. Se avesse voluto,Erika avrebbe potuto fare una strage, avrebbe potuto essere su diloro e affondarne a decine, con la stessa facilità con cui avevaaffrontato le quattro barche che le si erano avvicinate. Ma erameglio così, ora avevano ricevuto una lezione bruciante esicuramente adesso l'avrebbero trattata con molto più rispettodi quanto non avessero fatto prima. La sua giornata a Venezia nonera ancora finita. Era un problema veramente grande, enorme. Unafolla di turisti impazziti si stava accalcando per le strettecalli, tentando di uscire da quel groviglio di stradine in cuiera impossibile orientarsi e che spesso si traducevano in vicoliciechi. Impossibile cercare di dare un ordine a quellamoltitudine. Le forze dell'ordine avevano bloccato a Mestre ognitreno diretto verso l'isola e si stava cercando di caricarequante più persone possibile sui treni rimasti a Santa Luciaprima di abbandonare tutto e scappare via. I vaporetti e lemotonavi in partenza per l'epicentro dell'emergenza venivanobloccati, così come le auto all'estremità del ponte dellaLibertà sulla terraferma. Non c'era un minuto da perdere, anchese le vibrazioni, i boati e la voce dell'incredibile visitatrice,che molti non erano ancora riusciti a scorgere, erano ancora benlontani. La gigantessa era rimasta ferma abbastanza lontano dallariva a guardarsi attorno.

I responsabili della sicurezza in cittàpregarono perché si dirigesse verso il mare aperto, sperando chel'incubo si dissolvesse rapidamente così come si era presentatoloro. Niente da fare, ora la ragazza si era voltata e stavapuntando di nuovo decisa verso il Canal Grande. Non c'erapericolo immediato per le persone, tutte le barche si eranoallontanate e l'ultimo vaporetto partito da S. Marco doveva avereaccumulato un vantaggio tale da poterle sfuggire. Rimaneva ilproblema di che cosa avrebbe fatto quella colossale turista unavolta giunta in mezzo alla città ed era assolutamenteimpossibile controllare la gente che, nonostante l'evacuazione,per pazzia o curiosità, sarebbe rimasta lì vicino. Erikaadorava Venezia. Da quella prospettiva panoramica poi, potevagodersi la città che praticamente era rimasta tutta per lei.Ripassò davanti al Palazzo Ducale e, superata la Punta dellaDogana, si immise nel Canal Grande, la principale via dicomunicazione insolitamente deserta e con le acque notevolmenteagitate: le onde andavano ad infrangersi sulle banchine,allagando abbondantemente i marciapiedi. Alcune gondoleabbandonate erano agitate dal suo procedere maestoso e sbattevanol'una contro l'altra e contro gli ormeggi. Erika ne prese una inmano e rimase per alcuni istanti a rigirare davanti agli occhiquello splendido oggetto nero e lucido. Avrebbe potuto starebenissimo sul suo comodino, pensava. Peccato che ora il suocomodino fosse grande come l'unghia del suo mignolo Rimisedelicatamente la gondola al suo posto e riprese la passeggiata dipiacere. Chiaramente, innamorata com'era di quel posto, nonpoteva lasciarsi andare ad atti di folle distruzione ed anzitemeva di poter inciampare contro qualcosa e cadere rovinosamenteaddosso ad un palazzo, per questo procedeva con la massimacautela. Ma ora le si presentava davanti una struttura di legno eferro, non orribile certamente, ma nemmeno bella come tutto ilresto, almeno secondo lei: il Ponte dell'Accademia. Avrebbepotuto agevolmente scavalcarlo e proseguire, ma, dopo un attimodi riflessione, pensò di dedicarsi ad un piccolo intervento diurbanistica, di sicuro il suo atto non sarebbe stato grave come l'incendioalla Fenice.

Il ponte era deserto, Erika andò aposare il piede sinistro sulla sommità del suo arco, svellendocon il più leggero strofinio della pianta i parapetto. Rimaseper un paio di secondi così, sentendo la struttura flettersi egemere sotto il suo peso, mentre due donne lì vicino guardavanoallibite. La gigantessa decretò la fine di quell'opera calcandoforte sul ponte che andò a deformarsi sempre di più fino aschiantare con un fracasso infernale. Le due donne erano corsevia urlando terrorizzate. Erika fece alcuni passi in avanti percontemplare da lontano il suo intervento. Bè, c'era da rimuovereun bel po' di rottami, ma nel complesso la vista del canale nonera peggiorata. Già da diversi minuti il Ponte di Rialto si erasvuotato dei turisti; rimanevano solamente i proprietari dellebotteghe, anch'essi indecisi sul da farsi. La gigantessa era benin vista, in quel momento spuntava solo il tronco al di sopra diPalazzo Grassi e degli altri edifici, ma presto avrebbe superatola curva. Eccola infatti presentarsi sul "rettilineo"davanti al ponte con aria altera e superba. Si diffuserapidamente la voce di quello che aveva fatto al Ponte dell'Accademia;anche i più ostinati tra i negozianti, visto che lastraordinaria turista non aveva la minima intenzione di fermarsio di deviare dal suo percorso, si lanciarono verso l'internodella città lasciando tutti i loro esercizi aperti. Erika sifermò davanti al ponte per contemplarlo per alcuni istanti dall'alto.L'arco bianco di pietra si stagliava nettamente contro il verde-azzurrodel canale, faceva un certo effetto osservarlo senza il solitobrulichio di gente su di esso. Dunque ora la città era tutta sua,non c'era più nessuno che avrebbe potuto infastidirla.

No, un attimo, ora un uomo si aggiravasul ponte da una bottega all'altra muovendosi a scatti efermandosi per alcuni secondi in ciascun negozio. Erika non tardòa capire di che tipo di personaggio si trattasse. Era uncosiddetto sciacallo, uno di quegli ignobili individui che siaggirano nei luoghi dei disastri per raziare tutto quello che sitrova incustodito. Il nostro uomo non aveva assolutamente capitoquale fosse il motivo di quella massiccia evacuazione della città,ma quell'evento non gli dispiaceva per nulla. Da più di un'ora l'atmosferaper i vicoli di Venezia attorno a lui si era arroventataincomprensibilmente e non era riuscito a cogliere niente dallegrida dei turisti, per lo più in giapponese. Non poteva nonsentire i cupi rimbombi che scuotevano la città, ma non liriteneva un pericolo immediato per la propria esistenza;probabilmente erano dovuti a qualche attentato in una zona vicinadella città oppure ad una serie di esplosioni nella raffineriadi Marghera. Davanti a lui le calli si erano rapidamente svuotate,regnava un silenzio quasi irreale, interrotto appunto da queifragori che, sebbene aumentati in intensità, non immaginava comepotessero nuocergli, mentre immaginava facilmente come avrebbepotuto trarre vantaggio di quella situazione, visto che tutti ipoliziotti se n'erano andati cercando di gestire l'esodo di massa.Tra l'altro ora il fracasso era cessato e non ci poteva credereil Ponte di Rialto completamente deserto. Non si accorse peròdella strana ombra che era calata su di esso. Si slanciòdifilato verso la strada centrale tra le due file di bottegheiniziando a visitarle rapacemente, riempiendo il suo zaino disoldi e oggetti preziosi a grandi manate. Non c'era un minuto daperdere, un poliziotto poteva arrivare da un momento all'altro,oppure avrebbe dovuto dividere il bottino con qualcun altro. Maquesto non era un problema, tanto non sarebbe riuscito a prenderetutto.

Il nostro sciacallo aveva ormai finito disvaligiare sommariamente un'intera rampa di scale; lo zaino eragià pieno, ma non aveva intenzione di scappare via prima diessersi accertato se non ci fosse nient'altro di notevole dall'altraparte. Raggiunta la sommità, tuttavia, fu sorpreso da unoscroscio d'acqua che pioveva da chissà dove. Alzò lo sguardoper cercare la causa di quell'inattesa pioggia, cacciò un urlo elasciò cadere la borsa con la refurtiva. Pochi metri sopra dilui si trovava un mostruoso piede nudo che quasi sfiorava lasommità dei portici e che stava sgocciolando litri e litri d'acquadalla pianta corrugata. Ora le dita di quel fantomatico piede,grandi più di lui, stavano cercando di scendere per afferrarlo,costringendolo a buttarsi a terra. Poi, rapidamente come eracomparsa, la gigantesca estremità se ne ritornò con un fortetonfo nell'acqua, permettendogli di contemplare supino tutto ilresto del corpo della colossale ragazza che lo stava fissando inmodo tutt'altro che rassicurante. Erika desistette dal propositoiniziale, in quel modo il rischio di danneggiare il ponte o,peggio, di perdere l'equilibrio era troppo alto. Decise pertantodi utilizzare le dita delle mani. Si chinò dunque verso ilmiserabile e, con tutta la possibile delicatezza, lo catturò trail pollice e l'indice della mano destra. Si rialzò lentamente,posando il suo prigioniero sul palmo della mano sinistra.

Dopo i primi istanti di totalesottomissione, il vermiciattolo stava provando a reagire, masenza troppa convinzione. Ora si trovava libero su un terrazzo adecine di metri di altezza sul Canal Grande, davanti alla facciaminacciosa di una gigantessa che evidentemente sembrava ben pocoimpietosita dalla sua situazione; cercando di assecondare imovimenti di quella mano enorme, si alzò faticosamente in piedi.

Dalla bocca della ragazza uscirono alcuneparole tonanti e per lui completamente incomprensibili, ma iltono con cui erano state pronunciate non era per nulla cordiale.La gigantessa gli sorrise, ma più che un sorriso era un ghignobeffardo, quindi le sue labbra si serrarono lasciando solo unpiccolo foro per l'aria. In breve fu investito dal soffio dellasmisurata ragazza che senza troppi complimenti stava cercando dispazzarlo via dalla sua mano. L'uomo fu travolto e cominciò arotolare dal palmo fino sulle dita, non c'era alcun modo pertentare di resistere a quel tornado che in breve lo avrebbeportato a cadere giù. Miracolosamente riuscì ad aggrapparsi adun'unghia evitando così (o posticipando) una fine pocodesiderabile. Ma era tutt'altro che al sicuro. Erika girò lamano permettendo per un istante all'ignobile esserino di trovareappoggio sul dorso delle dita. Lo sventurato sciacallo rimase peralcuni istanti a contemplare il volto duro della gigantessa chenon tentava in alcun modo di celare il disprezzo che provava neisuoi confronti.

Dopo alcuni istanti l'uomo fu riportatoal centro del palmo della mano destra, ma questa volta la ragazzainiziò a chiudere su di lui le lunghe dita. Vistosi nuovamenteimprigionato, l'uomo urlò e si scagliò contro le poderosesbarre della sua cella, ma questa volta per lui non ci sarebbestato scampo. Lentamente le dita si strinsero l'una contro l'altra,riducendo sempre più lo spazio vitale per il miserabile. Erikanon si fermò quando sentì che l'uomo era completamenteimmobilizzato; aspettò di sentire il suo corpo esplodere e ilsuo sangue scorrere sulla sua pelle prima di riaprire la mano elavare via ogni suo residuo. Intanto proseguiva senza tregua ildifficile esodo dei turisti e dei cittadini dalla città.

Ormai tutti i treni rimasti sull'isolaerano partiti e la stazione era quasi deserta. La folla chegiungeva era dunque costretta a ripiegare su Piazzale Roma, dovegli ultimi autobus stracolmi si stavano facendo largo tra lagente disorientata per raggiungere la terraferma. L'ultimovaporetto era riuscito a vincere la sua corsa e stava riversandoi turisti sull'isola del Tronchetto, dove all'uscita delparcheggio si era verificato un caos incredibile. Probabilmenteil modo più rapido per fuggire era correre via a piedi sul Pontedella Libertà: molti seguirono questa scelta. Da lì, in campoaperto, la visione della città dominata da quell'impossibileragazzona bionda era veramente inquietante. Venezia si era dunquequasi del tutto svuotata: chiunque fosse approdato in quelmomento in Piazza S. Marco ignaro degli avvenimenti delle oreprecedenti, avrebbe trovato una città fantasma devastata inalcuni punti da qualcosa che sarebbe stato difficile credere unessere umano. Esaurita la pratica sciacallo (che non aveva smossoquasi per nulla la sua coscienza), Erika riprese la suapasseggiata lungo il Canal Grande. La stretta scia d'acqualuccicava sotto l'ancora caldo sole del tardo pomeriggioscintillando in mezzo ai tetti dei palazzi. Si trovava in quelmomento in una zona bellissima di Venezia; per diversi secondinon fu in grado di staccare gli occhi dalla stupenda Ca' d'Oro.Proprio in quel momento cominciò a sentire i limiti dovuti alfatto di essere una gigantessa.

È vero, la città ora era tutta per lei,ma si rendeva conto che non avrebbe mai potuto entrare neisingoli palazzi o addentrarsi nel labirinto delle stradine.Venezia era un giocattolo meraviglioso, ma decisamente troppofragile: non era fatto per lei. Tutto questo nel suo animocominciò ad alimentare dapprima una sottile inquietudine che sitrasformò ben presto in una sempre più martellante irritazione.Dopo i momenti di estasi provati nella sua visita alla città,voleva al più presto recuperare un contatto diretto con le cose.La parte storica della città stava finendo, di fronte a leirimaneva da scavalcare il Ponte degli Scalzi e sarebbe arrivataal termine del Canal Grande. Decise di abbandonare la via d'acqua.Finalmente i suoi piedi tornavano a toccare qualcosa di solido:approdò sul piazzale davanti alla stazione, grande poco più diun volgare zerbino, nella sua scala. Erika sentì consoddisfazione il terreno cedere sotto il suo peso e fu conaltrettanta soddisfazione che vide alcuni uomini rimasti lìscappare via atterriti dall'onda d'urto che era tornata adabbattersi sull'isola. Dalla sua altezza, la gigantessa potevavedere che la stazione era ormai deserta, non c'era nessun trenofermo ai binari e anima viva in giro, se si eccettuavano lepersone che aveva appena messo in fuga.

In lontananza poteva vedere benissimo l'interminabilecarovana formata dalla gente che fuggiva lungo il ponte. Tornò aconcentrarsi sulla stazione: dopo un'intera traversata del CanalGrande effettuata senza danni sostanziali alla città, potevaconcedersi ora un po' di svago contro quell'edificio di scarsovalore artistico. Rammaricandosi del fatto che nessuno potessevederla o riprenderla da vicino, sollevò il piede destro soprail centro del tetto più in alto che poté ed iniziò a caricarei muscoli della coscia. Rimase in quella posizione sorridendo alpensiero che centinaia di persone sul ponte si sarebbero voltateindietro atterrite all'udire il pandemonio che stava perscatenarsi. Un istante dopo quell'immane maglio con una forza dimigliaia di tonnellate si abbatté sulla stazione, cancellandolaquasi completamente dalla faccia della Terra. Dopo che la nuvoladi polvere si fu posata, Erika vide sbalordita che erano rimastiquasi intatti solamente alcuni tratti di pensiline e alcune partidecentrate dell'edificio centrale. Il resto era statocompletamente polverizzato: non avrebbe mai immaginato prima diquel momento di essere tanto forte. Quella sicuramente era un'esperienzada ripetere... E fu solo mentre stava pigiando al suolo ilpalazzo a destra della ex-stazione che Erika vide un nuovofantastico giocattolo. Poco lontano da lì, presso la stazionemarittima, era ancorata una splendida nave da crociera.Impossibile resistere all'attrattiva di quel fantasticogiocattolo...

La gigantessa riattraversò il canale,approdò a Piazzale Roma, irrealmente deserto a quell'ora e sidiresse risolutamente verso lo scalo. Le poche persone che eranorimaste lì in zona, per lo più turisti appena arrivati conquella nave, avendo capito ciò che interessava alla colossaleragazza che si stava rapidamente avvicinando, si liberarono al piùpresto dei bagagli e riuscirono a dileguarsi nei vicoli lìvicino: davvero il giorno giusto per arrivare a Venezia. Erikaraggiunse il molo, incurante di tutto ciò che lì potevacalpestare: bè, alla fine la nave non era così grande come lesembrava da lontano. Era lunga a occhio e croce 150 metri, unadiscreta nave da crociera di colore bianco che si presentava comeil giocattolo più grande e solido che una tale turista avrebbemai potuto avere a disposizione in quel luogo. Sembravacompletamente deserta, i passeggeri probabilmente erano scesi giàda qualche ora: forse erano ancora da qualche parte in città,forse si erano uniti alla massa ed erano fuggiti sulla terraferma.In ogni caso era inverosimile che fosse stata abbandonata datutti, probabilmente parte dell'equipaggio era ancora ignarodella sua presenza, dato che le scosse sismiche dovute ai passidella gigantessa non si erano trasmessa alla nave se non tramiteun blando moto ondoso.

Erika avvicinò il volto al ponte e allevarie terrazze per scrutare da vicino gli arredi della nave inminiatura: davvero niente male come lusso e pulizia! Il ponteappariva come un piccolo piano inverosimilmente liscio per leenormi dita della ragazza; cominciò a tastare i lettini-sdraioordinatamente allineati ma, oh ... erano veramente fragili, moltodi più che se fossero stati fatti di stuzzicadenti. Passòquindi ad uno dei due fumaioli: era caldo (oltre che flessibilecome la carta velina), quindi parte delle macchine a bordo dovevafunzionare. Doveva per forza esserci qualcuno a bordo. Erikaaguzzò la vista per cercare di individuare qualche movimentodietro i vetri della sala comando. Sì, effettivamente almeno unuomo c'era e questo, accortosi di essere fissato da un paio d'occhipiù grandi di lui, cercò di rimanere immobile sperando di nonattirare la sua attenzione. Ma non aveva certo a che fare con unTyrannosaurus Rex, il predatore che aveva di fronte era molto piùintelligente e, soprattutto, spaventosamente più grande.Finalmente la solitaria gigantessa trovava ancora qualcuno concui poter giocare. Ancora una volta voleva vedere il terrorescuotere da capo a piedi quel minuscolo esserino. Chinandosisulla sommità della nave, avvicinò ancora di più il voltogigantesco ai vetri della sala comando: già le sembrava che l'omuncolostesse tremando come una foglia.

Ma quando cominciò a passarsieloquentemente la lingua sul labbro superiore, questo ruppe inuna corsa disperata verso l'interno della nave: lì per ilmomento era al sicuro. Erika si rialzò, contemplando ancora unavolta quel gioiellino del mare: i preliminari erano finiti, eraora di passare all'azione. Andò a piazzare il piede sinistrosulla paratia destra dello scafo, iniziando a far compiere allanave delle oscillazioni lente ma ampie e mettendo a dura provagli ormeggi. Come test per il beccheggio, cacciò un vigorosocolpo col tallone destro sulla prua, mandando istantaneamente inpezzi le assi del ponte. La struttura della nave non avevarisentito particolarmente di quel primo approccio, ma gli ormeggisi erano spezzati, lasciandola vagare qua e là per il porto,ancora in preda a forti scossoni. Erika era intenzionata a salirea bordo: con una mossa al tempo stesso agile e possente riuscì amettersi a cavalcioni dell'intera nave, stringendo lo scafo inmezzo alle sue possenti cosce. La barca si abbassò di alcunimetri sotto l'enorme peso della nuova passeggera, andandorapidamente a toccare il fondo del canale in cui si trovava.

La parte sotto l'inguine della gigantessaera completamente collassata: era quasi impossibile riconoscerela struttura a piani dall'ammasso di lamiere impaccate in malomodo. Oramai la nave era sotto il suo dominio e aveva i minuticontati. Iniziò a contrarre i muscoli, stringendo l'imbarcazionecon una morsa irresistibile: l'intera struttura stava cedendo conun sinistro stridore che terrorizzò ancor di più, se possibile,quanti erano rimasti nelle vicinanze ed eccitò ancor di più laforza distruttiva della gigantessa. Erika immaginò quale dovesseessere lo stato d'animo dell'uomo che aveva visto prima: vedersiintrappolato nelle viscere metalliche della nave che stavanoconvergendo tutte verso di lui... Lo scafo presentava già dellevistosissime crepe in corrispondenza delle gambe della gigantessae stava già abbondantemente imbarcando acqua, fatto per cui l'enormeturista decise di abbandonare la nave per lasciarla reclinarsi suun fianco.

Come una enorme balena bianca ferita amorte, la bellissima imbarcazione da crociera emergeva per metàdalla stazione marittima. Per ribadire la propria assolutasuperiorità, Erika non poté trattenersi dal salirvi sopra inpiedi, demolendo così quello che non era già stato distrutto.Il giorno già volgeva al termine: si prospettava una tiepida elimpida serata. Erika era completamente soddisfatta di quelmemorabile pomeriggio, ma Venezia non aveva più grandiattrattive per lei. Le sue vacanze avevano preso una piegainaspettata, quella sera non sarebbe tornata più al campeggio.Probabilmente si sarebbe concessa una visita turistica all'interaPenisola: tanto non aveva bisogno di soldi e nella sua scalaquesta era lunga meno di venti chilometri. Una distanza nonbanale, ma facilmente percorribile nei giorni di villeggiaturache le rimanevano. Fece dunque per avviarsi verso la terrafermama ... oh, che sbadata! Aveva lasciato i suoi sandali davanti alPalazzo Ducale. Si riavviò dunque a percorrere a ritroso ilCanal Grande per recuperare le sue calzature... sperando che nelfrattempo nessuno gliele avesse rubate...

Fine.





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